Tonengo |
Chiesa di Tonengo b/n Tonengo panorama Chiesa di Tonengo |
Don Pietro Solero sostiene della sua monografia, che il toponimo Tonengo ha chiare origini Longobarde, ma non certamente autentico in quanto deriva da Tonengo d'Asti, il cui conte, nel XVII secolo, aveva interessi in questa zona, tanto da inviarvi dei suoi dipendenti, cosicché dalla frase "Domini del conte di Tonengo" si passò al toponimo Tonengo. II nucleo abitato, nato come cascine isolate, iniziò a svilupparsi tra il 1650 ed il 1700, quando l' aumento della popolazione, causato dal prolungamento del canale di Caluso fino alla tenuta della Regia Mandria di Chivasso e di qui sino a Verolengo, rese produttive queste terre, sino ad allora destinate prevalentemente al pascolo ed alla transumanza. I toponimi locali, indicano ancora oggi quale fosse la natura del territorio precedente alla bonifica ed al dissodamento a cui gli Domini lo sottoposero (Gerbido, Ronchi), ed all' uso che ne era stato fatto sin dall'antichità ( es. Ban, termine usato dai celti per indicare una capanna, stalla temporanea per animali), o la nuova destinazione produttiva che assunsero varie zone dopo i lavori (Moronera, da Murun, gelso in dialetto), in altre parole terreno adatto alla coltivazione dei gelsi, indispensabili all' allevamento del baco da seta. Dai registri parrocchiali di Mazzè si apprende, che durante il XVII ed il XVIII secolo, numerosi nuclei famigliari, provenienti da diverse aree della provincia di Torino, ma anche dalle regioni limitrofe, quali Valle d'Aosta e Lombardia, si stabilirono in modo permanente in questo territorio, dove era possibile praticare una agricoltura redditizia ed assimilarsi alla popolazione autoctona. L'edificio più
significativo del paese è la chiesa parrocchiale, titolata a santi alpoverello di Assisi. Pare che la titolazione testimoni la presenza a Tonengo, di alcuni frati francescani questuanti, che prestarono la loro opera per l'evangelizzazione di questo territorio. Inizialmente l'edificio era di modeste dimensioni, ma già nel 1725 si intensificarono i lavori di ampliamento della cappella e la costruzione della canonica, il che testimonia la presenza fissa di un cappellano, mentre il titolo di parrocchia autonoma da quella di Mazzè, venne concesso dal vescovo di Ivrea solamente del 1832. I lavori alla chiesa impegnarono quindi senza soluzione di continuità, l'intera comunità per circa 150 anni: Dapprima furono lavori di manutenzione, successivamente si affrontò la costruzione del coro, dei cappelloni lateralie dei relativi altari dedicati al sacro Cuore di Gesù e Maria, fino a raggiungere l' aspetto attuale negli anni compresi tra il 1857 ed il 1875. Le decorazioni, le suppellettili e gli arredi della chiesa furono opera di artisti ed ebanisti locali. Di pregio particolare sono il pulpito, recentemente riportato alla sua forma originale, la grande pala firmata Giani (artista che durante gli anni trenta del XIX secolo era gi stato autore di decorazioni
e quadri
purtroppo ora scomparsi), la statua in legno dorato della Madonna del
Rosario e e riportato alla conformazione originale. In precedenza esisteva un organo della ditta Bruna, acquistato di seconda mano nel 1838 e non più funzionante dal 1881. L'attuale strumento montato nel coro, che a sua volta costituisce pezzo unico con la bussola di entrata all' edificio sacra. A detta di esperti,l'attuale organo in dotazione alla chiesa parrocchiale di ottima fattura, sicuramente tra i migliori del basso Canavese. Gli altari sono in legno e gesso, ad eccezione di quello di San Rocco, edificato in marmo come ex voto, in seguito alla cessazione dell'epidemia di spagnola che flagello il paese, già stremato dalla guerra, nel 1918. II tabernacolo dell' altare maggiore interamente rivestito d' oro, alle pareti sono esposti i quadri rappresentanti le stazioni della Via Crucis, oleografie su carta telata del pittore casalese Luigi Morgari. Purtroppo il desiderio di modernità produsse, negli anni sessanta del XX secolo, effetti devastanti: il bel pavimento in pietra Verde bargiolina, fu sostituito da pavimentazione in graniglia, cosi come furono eliminati la balaustra, invero priva di pregio, ed il baldacchino che sovrastava l' altare maggiore, da cui scendevano pesanti tendoni cremisi, come possibile notare in alcune fotografie d'epoca. In ultimo doveroso ricordare, il figlio più illustre di Tonengo, ovvero don Pietro Monte, prete barnabita e benefattore, nato in paese nei primi anni
del XIX secolo e morto a Livorno in
tarda età, divenuto in vita scienziato di fama nazionale. Fu uno dei
padri della meteorologia italiana. |
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